Neuropsicologia, le principali domande: “Che cos’è la mente? Qual è la relazione tra mente e cervello?”

La neuropsicologia tenta di rispondere a queste domande studiando la relazione tra le funzioni psicologiche – cognitive, comportamentali, emotivo-motivazionali – e i loro correlati anatomo-fisiologici. Oltre ad indagare l’associazione tra una struttura cerebrale e un processo mentale specifico, la neuropsicologia studia i processi e i meccanismi che permettono l’espressione di una certa funzione psicologica. Come si struttura e funziona la memoria? Cosa ci permette di essere attenti? Come funziona il linguaggio? Queste sono solo alcune delle domande alle quali la neuropsicologia si impegna a dare una risposta.  

La neuropsicologia è nata a metà dell’Ottocento, in seguito agli studi effettuati su pazienti con lesioni corticali di varia natura. Emblematico fu il caso di “Tan”, un paziente di Paul Broca che, affetto da una grave afasia motoria, rispondeva “tan- tan” a qualsiasi cosa gli si domandasse. Alla sua morte, l’esame anatomo-clinico rivelò che il danno era localizzato nella terza circonvoluzione frontale dell’emisfero sinistro, da allora denominata “area di Broca”.

Nella neuropsicologia, obiettivi clinici, di ricerca e riabilitativi sono fortemente interconnessi. Il presupposto teorico-pratico è che più è approfondita la conoscenza di come funziona il cervello al livello delle attività mentali, maggiori sono le probabilità di poter intervenire in modo efficace su un deficit tanto nella fase diagnostica che in quella abilitativo-riabilitativa. Le ricerche devono riguardare, dunque, non solo i casi clinici ma anche il funzionamento mentale delle persone con sviluppo tipico, in assenza di patologie o lesioni acquisite. I risultati ottenuti attraverso l’intervento riabilitativo sono importanti non solo per il miglioramento della qualità di vita dei pazienti e dei loro familiari, ma anche perché permettono di ottenere dati per confermare o correggere le impostazioni teoriche di partenza. 

Negli ultimi anni è aumentata l’attenzione verso la ricerca e la clinica neuropsicologica tanto che questo ambito disciplinare rappresenta al momento attuale uno dei settori in maggiore crescita nel panorama delle scienze psicologiche. Allo sviluppo della neuropsicologia contribuiscono e hanno contribuito tante altre discipline affini, come ad esempio la neurologia, la psicologia, la psichiatria, la biologia, le neuroscienze e la fisiologia; un impulso importante, inoltre, è arrivato con l’avanzamento delle tecniche di neuroimaging.

La valutazione neuropsicologica dell’adulto è entrata ormai a far parte della routine clinica nello studio di molte sindromi che possono alternare il normale funzionamento cognitivo. Tali sindromi possono causare molteplici disturbi comportamentali e cognitivi quali deficit di memoria, di attenzione, di produzione e di comprensione del linguaggio, di movimento e di riconoscimento percettivo.

Come si struttura una valutazione neuropsicologica?

La valutazione neuropsicologica non consiste nella mera applicazione di una batteria di test, ma è un processo più articolato in cui gioca un ruolo decisivo la capacità dello/a psicologo/a di porsi come osservatore attento, competente e non giudicante. L’esame neuropsicologico consta delle seguenti fasi:

1- anamnesi: questa fase inizia dopo che il paziente si è presentato autonomamente o è stato accompagnato da familiari o amici, per scelta autonoma o per richiesta di un medico o di uno psicologo. Vengono raccolte tutte le informazioni sulla vita del paziente, sulla sua storia clinica, sugli inizi e il decorso del disturbo lamentato, sull’eventuale presenza di disturbi simili tra i familiari. Si raccolgono o si richiedono i risultati di esami neurologici e strumentali (TAC, risonanza magnetica, ecc.).

2- colloquio clinico: attraverso il colloquio clinico si instaura in primo luogo un rapporto di fiducia tra il paziente e l’esaminatore, premessa fondamentale per garantire la collaborazione del paziente a rispondere con tranquillità e senza disagio alle domande ed eseguire i compiti. Inoltre, il colloquio mira a una valutazione globale delle condizioni del paziente in tutta la sfera mentale e comportamentale (si valuta lo stato di vigilanza, l’orientamento spazio-temporale, la memoria autobiografica, la capacità di comprensione e produzione del linguaggio, lo stato dell’umore, la presenza di eventuali tratti psichiatrici e/o psicopatologici). Oltre che con il paziente, sono previsti colloqui con i familiari sia all’inizio che durante le fasi successive dell’indagine, relativamente alla storia clinica del paziente, al loro atteggiamento nei confronti del paziente, ecc. 

3- somministrazione dei test: è opportuno informare il paziente sulla sua prestazione, dimostrare partecipazione e sensibilità quando è in difficoltà nell’esecuzione di un compito.  Alla fine della valutazione deve essere redatta una relazione dettagliata sulle informazioni raccolte e sui risultati ai test. 

4- riabilitazione: alla fase conoscitiva e descrittiva del caso è strettamente legata la fase della riabilitazione. La neuropsicologia, infatti, è insieme teoria e terapia. Le scoperte sulla plasticità cerebrale hanno permesso di avviare progetti di riabilitazione, che coinvolgono tanto i processi cognitivi e motori più semplici che le funzioni cognitive più complesse. 

5- follow up: dopo la diagnosi e l’intervento riabilitativo, seguono una serie di nuove valutazioni per seguire il processo di recupero o la riorganizzazione dei processi cognitivi. Per quanto questa fase non è sempre praticabile, si tratta di un momento importante, che fornisce indicazioni importanti circa la validità della valutazione e l’efficacia dell’intervento riabilitativo. 

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